Un messaggio di responsabilità, fiducia e visione per l’inizio del nuovo anno scolastico
L’inizio dell’anno scolastico per gli studenti delle scuole superiori è un passaggio decisivo: un tempo in cui si consolidano competenze, si affrontano scelte importanti e si costruiscono le basi del proprio futuro. Per accompagnare questo momento, il Vescovo Adriano Cevolotto ha voluto rivolgere un messaggio di vicinanza e incoraggiamento ai ragazzi della nostra diocesi.
Nel video pubblicato da PiacenzaDiocesiTV, il Vescovo si rivolge ai giovani con parole chiare e profonde, invitandoli a vivere la scuola come un luogo di crescita personale, di dialogo e di responsabilità. Il suo augurio è un invito a guardare avanti con fiducia, consapevoli delle proprie capacità e del sostegno della comunità.
Un messaggio per diventare adulti consapevoli
Gli anni delle scuole superiori rappresentano una fase cruciale della vita: si definiscono interessi, si maturano scelte, si impara a gestire impegni complessi e a costruire relazioni significative. Il Vescovo incoraggia gli studenti a:
Coltivare la responsabilità nelle scelte quotidiane e nel proprio percorso di studio.
Affrontare le sfide con determinazione, senza lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà.
Costruire relazioni autentiche con compagni, docenti e comunità educante.
Guardare al futuro con speranza, riconoscendo i propri talenti e il proprio valore.
La scuola come spazio di dialogo e crescita
Il messaggio del Vescovo si inserisce nel cammino della Pastorale Scolastica, che promuove una visione della scuola come comunità educante: un ambiente dove si intrecciano competenze, valori, ascolto e cura reciproca.
L’augurio diventa così un incoraggiamento anche per gli insegnanti e le famiglie, chiamati a sostenere i ragazzi in un’età ricca di domande, scelte e responsabilità crescenti.
Un invito a costruire il proprio futuro
Il Vescovo Cevolotto ricorda ai giovani che ogni anno scolastico è un’opportunità: un tempo per imparare, crescere, mettersi alla prova e costruire con impegno il proprio futuro.
Il suo messaggio è un invito a vivere questo nuovo anno con coraggio e fiducia, consapevoli che ogni passo contribuisce a definire il cammino della
Gli auguri del Vescovo Adriano Cevolotto agli studenti delle scuole medie
Un messaggio di incoraggiamento e fiducia per l’inizio del nuovo anno scolastico
L’inizio dell’anno scolastico rappresenta sempre un momento significativo per gli studenti delle scuole medie: un passaggio che porta con sé nuove sfide, responsabilità crescenti e un cammino di maturazione personale. Per accompagnare questo tempo, il Vescovo Adriano Cevolotto ha voluto rivolgere un messaggio di vicinanza e incoraggiamento ai ragazzi della nostra diocesi.
Nel video pubblicato da PiacenzaDiocesiTV, il Vescovo si rivolge ai giovani con parole semplici ma profonde, invitandoli a vivere la scuola come un luogo di crescita, di confronto e di apertura al futuro. Il suo augurio non è solo un saluto, ma un invito a credere nelle proprie capacità e a coltivare relazioni positive.
Un messaggio per crescere con responsabilità
Gli anni della scuola media sono un tempo decisivo: si impara a gestire impegni più complessi, a collaborare con gli altri, a scoprire i propri talenti e a costruire la propria identità. Il Vescovo incoraggia gli studenti a:
Affrontare le novità con coraggio, senza paura di sbagliare.
Coltivare la responsabilità, nelle attività scolastiche e nella vita quotidiana.
Costruire relazioni positive con compagni e insegnanti.
Riconoscere il valore della comunità, che sostiene e accompagna il loro percorso.
La scuola come luogo di crescita e dialogo
Il messaggio del Vescovo si inserisce nel cammino della Pastorale Scolastica, che promuove una visione della scuola come comunità educante: un ambiente dove si intrecciano competenze, valori, ascolto e cura reciproca.
L’augurio diventa così un incoraggiamento anche per gli insegnanti e le famiglie, chiamati a sostenere i ragazzi in un’età ricca di domande, scoperte e cambiamenti.
Un invito a guardare avanti con fiducia
Il Vescovo Cevolotto ricorda ai ragazzi che ogni anno scolastico è un’opportunità: un tempo per imparare, crescere, mettersi alla prova e costruire il proprio futuro con impegno e speranza.
Il suo messaggio è un invito a vivere questo nuovo anno con fiducia, con la consapevolezza che ogni passo, anche il più piccolo, contribuisce a costruire il cammino della vita.
Gli auguri del Vescovo Adriano Cevolotto ai bambini delle scuole elementari
Un messaggio di vicinanza, fiducia e speranza per l’inizio del nuovo anno scolastico
All’inizio di ogni anno scolastico, la comunità educativa vive un momento speciale: il ritorno in classe dei bambini, con il loro entusiasmo, le loro domande e la loro inesauribile energia. Anche quest’anno, il Vescovo Adriano Cevolotto ha voluto far sentire la sua voce e la sua presenza, rivolgendo un messaggio di auguri ai bambini delle scuole elementari della nostra diocesi.
Nel breve video pubblicato da PiacenzaDiocesiTV, il Vescovo si rivolge ai più piccoli con parole semplici e luminose, capaci di raggiungere il cuore di chi ascolta. Il suo augurio non è solo un saluto formale, ma un invito a vivere la scuola come un luogo di crescita, di incontro e di scoperta.
Un messaggio che parla di fiducia e di cura
Il Vescovo ricorda ai bambini che la scuola è un dono prezioso: un ambiente dove ciascuno può imparare, migliorare e costruire relazioni significative. Le sue parole sottolineano l’importanza di:
Accogliere ogni giorno con curiosità, perché ogni lezione può aprire una finestra nuova sul mondo.
Coltivare la gentilezza, che rende più bello il cammino di tutti.
Non scoraggiarsi davanti alle difficoltà, perché ogni sfida è un’occasione per crescere.
Sentirsi accompagnati da insegnanti, famiglie e dalla comunità cristiana.
La scuola come comunità che educa
Le parole del Vescovo si inseriscono nel cammino della Pastorale Scolastica, che da sempre promuove una visione della scuola come comunità educante: un luogo dove si intrecciano competenze, valori, responsabilità e cura reciproca.
Il suo augurio diventa così un incoraggiamento anche per gli insegnanti, le famiglie e le comunità parrocchiali, che collaborano per costruire un ambiente educativo aperto, inclusivo e attento ai più fragili.
Un invito a vivere l’anno con cuore aperto
Il messaggio del Vescovo Cevolotto è un piccolo gesto, ma dal grande valore simbolico: ricorda ai bambini che non sono soli, che qualcuno pensa a loro e li accompagna con la preghiera e con la vicinanza.
In un tempo in cui la scuola affronta sfide sempre nuove, questo augurio diventa un segno di speranza: un invito a vivere l’anno con cuore aperto, con il desiderio di imparare, di crescere e di costruire insieme un futuro più buono.
Meno dei niente “Dimmi quanto pesa un fiocco di neve?”, chiese il passero alla colomba. “Meno di niente”, rispose la colomba. Il passero allora raccontò una storia: “Riposavo su un ramo quando cominciò a nevicare; non una bufera, una nevicata lieve lieve. Cominciai a contare i fiocchi che cadevano sul mio ramo. Ne caddero 3.751.952. Quando, lentamente, sfarfallò giù il 3.751.953esimo, meno di niente come hai detto tu, il ramo si ruppe”. Detto questo il passero volò via. La colomba, un’autorità in materia di pace all’epoca di un certo Noè, riflettè un momento poi disse: “Manca forse una sola persona perché tutto il mondo piombi nella pace?”. Forse manchi solo tu
Tra tante parole… la Parola “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre” (Gv 14,16) La capacità di consolare che lo Spirito attua nel cuore dell’uomo consiste nell’indicare il senso di ciò che succede, di aiutare a leggere le circostanze della vita all’interno del piano d’amore di Dio.La consolazione non è pertanto una sorta di vicinanza, di compagnia, ma la forza che nasce dal sapere che tutto ciò che avviene, pur se doloroso e fonte di tribolazione, avviene “secondo” la volontà di Dio. In questo senso il denominatore comune dell’esperienza dello Spirito è la consolazione, che è gioia e pace, nonostante tutto. Lo Spirito, infatti, rende testimonianza al Dio che ha preso posto in mezzo agli uomini e conduce il credente ad andare oltre il linguaggio dei sensi, ad apprendere non solo come decifrare il silenzio di Dio, ma anche come interpretare la sua parola e la sua azione nella storia. Il credente, allora, comprende che trovare Dio è cercarlo senza posa, che vederlo significa non essere mai sazio di desiderarlo, che incontrarlo è riconoscerlo in Gesù Cristo.
Vivere con il pilota automatico A volte, seduti sulla spiaggia, siamo rimasti affascinati dalla solennità e dal mistero del mare. Anche il pescatore guarda giorno e notte il mare, ma non fa’ alcun caso alla sua grandiosità, perché si è abituato, si è assuefatto. Allo stesso modo noi non sappiamo guardare in maniera diversa e creativa le situazioni, le persone, perché ci siamo fermati un abito mentale con il quale trattiamo il mondo. Le cose accadono e noi le osserviamo attraverso il colore delle lenti che indossiamo. Perciò ci sentiamo autorizzati ad inserire nello spirito il pilota automatico e a farci un pisolino. Oh, se sapessimo guardare la realtà con occhi nuovi! Scopriremmo che essa è solo un primo piano, da cui emerge la presenza di Dio. Scopriremmo anche che il più grande esploratore non fa’ viaggi più lunghi di chi scende in fondo al proprio cuore, dove Dio si specchia tra le stelle
La grotta azzurra Era un uomo povero e semplice. La sera guardava con astio la gente che passava: “Quelli sì che stanno bene”, brontolava l’uomo, pigiato nel tram. “Avessero la mia croce da portare!”. Un giorno il Signore si presentò a lui e gli disse: “Vieni con me. Ti darò la possibilità di fare un’altra scelta”. L’uomo si trovò all’improvviso dentro una enorme grotta azzurra, tempestata di croci: piccole, grandi, tempestate di gemme, lisce, contorte. “Sono le croci degli uomini”, disse il Signore, “scegline una”. L’uomo buttò con malagrazia la sua croce in un angolo e, fregandosi le mani, cominciò la cernita. Provò una croce leggerina, ma era lunga. Prese una croce da vescovo, ma era pesante di responsabilità e sacrificio… Provò e riprovò, ma ogni croce aveva qualche difetto. Finalmente, in un angolo semibuio, scovò una piccola croce, un po’ logorata dall’uso. Sembrava fatta apposta per lui. L’uomo se la mise sulle spalle con aria trionfante. “Prendo questa!”, esclamò. Il Signore gli rivolse il suo sguardo dolce dolce. E in quell’istante l’uomo si accorse che aveva ripreso proprio la sua vecchia croce: quella che aveva buttato via entrando nella grotta. E che portava da tutta la vita.
Mi abbandono nelle tue mani Mi abbandono, o Dio, nelle tue mani. Gira e rigira questa argilla, come creta nelle mani del vasaio. Dalle una forma e poi spezzala, se vuoi. Domanda, ordina, cosa vuoi che io faccia? Innalzato, umiliato, perseguitato, incompreso, calunniato, sconsolato, sofferente, inutile a tutto, non mi resta che dire, sull’esempio della tua Madre: “Sia fatto di me secondo la tua parola”. Dammi l’amore per eccellenza, l’amore della croce, ma non le croci eroiche che potrebbero nutrire l’amor proprio, ma di quelle croci volgari, che purtroppo porto con ripugnanza… Di quelle croci che si incontrano ogni giorno nella contraddizione, nell’insuccesso, nei falsi giudizi, nella freddezza, nel rifiuto e nel disprezzo degli altri, nel malessere e nei difetti del corpo, nelle tenebre della mente e nel silenzio e aridità del cuore. Allora solamente tu saprai che ti amo, anche se non lo saprò io, ma questo mi basta (John Kennedy).
Dare un nome alle cose assenti Nell’uomo c’è una facoltà meravigliosa che lo rende “complice di Dio” nell’avvistare un mondo nuovo: l’immaginazione. Grazie alla fantasia noi anticipiamo il futuro, lo visitiamo, lo frequentiamo già. In sostegno alla speranza l’immaginazione non accetta il verdetto inesorabile dei fatti, rifiuta di accogliere passivamente le cose così come sono. L’uomo osserva, certo, ciò che esiste, ma al tempo stesso intuisce che mancano all’appello altre cose che ci dovrebbero essere. E proprio qui si riconosce l’uomo della speranza: non si limita all’inventario di ciò che ha sotto gli occhi, ma chiama, dà un nome alle cose assenti. Mi basti tu Dove sei Signore? In un mondo così tormentato, agitato da mille complicazioni, come trovarti senza che la mia preghiera risenta della complessità della vita? Non voglio tensioni, né ansie, né pigrizie, né scoraggiamenti: voglio te. Mi basti tu Signore. Ho bisogno di abbeverarmi alla tua trasparenza. Ho una sola cosa da fare: ascoltarti. Ascoltare sapendo che mi stai dicendo il tuo amore. E risponderti. Lasciare penetrare nella mia vita la tua parola operante, a volte travolgente, a volte leggera e soave come la brezza della sera. E risponderti con il silenzioso amarti, che mi spalanca alla tua carità. Il primo fiore In un paesino di montagna c’era un’usanza molto bella. Una gara tra tutti gli abitanti. Chi avesse trovato il primo fiore della primavera avrebbe avuto buona fortuna tutto l’anno. Quella volta per ore cercarono in alto e in basso, e mentre molti abbandonavano la ricerca si udì un grido: “E’ qui! L’ho trovato!”. Era la voce di un bambino. Il primo fiore, però, era sbocciato tra le rocce, qualche metro sotto il ciglio di un terribile dirupo. Tutti lo volevano aiutare. Cinque uomini forti portarono una corda, ma il bambino piangeva spaventato. Gli fecero vedere una corda più grande e quindici uomini si offrirono di tenerla, ma il bambino piangeva. Ad un tratto smise di piangere. Tutti fecero silenzio per sentire che cosa il bambino avrebbe detto. “Va bene, disse. Andrò giù. Andrò giù se mio padre terrà la corda!” Ti fidi così tanto di Dio? La domenica mattina Il signor Cesare era molto abitudinario. Ogni domenica si alzava tardi e alle 11 si tagliava la barba, lasciando aperta la porta del bagno. Quello era il momento atteso da Francesco, che aveva solo sei anni, mostrava già un’inclinazione per la medicina. Francesco prendeva il pacchetto del cotone, la bottiglietta del disinfettante, la busta dei cerotti, entrava in bagno e si sedeva sullo sgabello ad aspettare. “Che c’è?”, chiedeva il signor Cesare. “Be’, diceva Francesco, può darsi che ti tagli; e io ti farò la medicazione”. “Già”, diceva il signor Cesare. “ma non tagliarti apposta come domenica scorsa”, diceva Francesco, severamente, “altrimenti non vale”. Al signor Cesare non riusciva di tagliarsi senza farlo apposta. Tentava di sbagliare, di essere disattento e prima o poi il taglietto arrivava. Così Francesco poteva entrare in azione. Asciugava la goccia di sangue, disinfettava e attaccava il cerotto. Così ogni domenica il signor Cesare regalava una goccia di sangue a suo figlio, e Francesco era sempre più convinto di avere un padre distratto. A chi doni una goccia del tuo sangue?
Oggi, come sempre, Cristo è presente nei poveri che nessuno ama, che sono privi di lavoro, di assistenza, che non hanno né vestito né casa; in questi poveri, che si arriva a considerare un peso per la società e lo Stato. Nessuno ha tempo per loro. Siamo io e voi, in quanto cristiani degni dell’amore di Cristo, se il nostro amore è autentico, che dobbiamo cercarli e offrire loro il nostro aiuto. Essi attendono che noi si vada loro incontro (Madre Teresa di Calcutta)
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